Cari lettori,

mentre con cautela, come cittadini, stiamo riprovando a mettere il naso fuori da casa e a godere (con giudizio) dell’ambiente circostante, qui seguitiamo ad ospitare riflessioni sulla città e la convivenza che ci attendono. Sembra però oggettivamente difficile aspirare a virtuosi modelli urbani basati sul senso di comunità, se ci troviamo di fronte ad ormai istintive tendenze alla distanza e alla diffidenza. Ma poi, i temi della città più accessibile e più connessa, non sottendevano già i pronunciamenti sulla città rigenerata, intelligente e smart di cui parlavamo fino a due mesi fa? Perchè ora dovrebbe essere diverso? Siamo tutti più buoni o solo più spaventati? Ci preoccupiamo assai della nostra condizione abitativa perché un virus ha messo in discussione la nostra socialità. Fino a due mesi fa, il problema della qualità dell’abitare della stragrande maggioranza della popolazione di un pianeta che, nonostante il dramma pandemico, continua a crescere a ritmi incessanti e viaggia spedito verso la soglia degli otto miliardi d’individui, quasi non sembrava riguardarci. Ora, paradossalmente, lo prendiamo in considerazione, ma non per capire come accogliere i nuovi che arriveranno; semplicemente perché noi sentiamo più tangibile la minaccia della morte…
Brasilia, meravigliosa e terrificante nel suo mito fondativo e nell’imposizione della tecnica sulla natura, è uno dei totem che forse meglio rispecchia molte delle nostre contraddizioni.

Buona lettura
Luca Gibello, direttore

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Immagine di copertina: “La città felice” (disegno di Junko Kirimoto)