Cari lettori,

il percorso della ripartenza è lastricato dalla buona volontà degli architetti, che stanno predisponendo piattaforme di dialogo interdisciplinari, nell’auspicio di fare massa critica e farsi sentire nelle sedi opportune, al fine di superare la loro atavica marginalità all’interno del sistema Italia: diamo riscontro delle principali iniziative nel reportage di apertura. Reportage che, in merito al “come” delle azioni di piano e progetto, rimanda alla delicata questione del rapporto tra norma e deroga: come già ricordato in una lettera da noi pubblicata la scorsa settimana, e come lucidamente analizzato dal libro fresco di stampa Genova. Il crollo della modernità (a cura di Emanuele Piccardo, ed. Il Manifesto), non esiste alcun “modello Genova” da replicare, visto che le procedure applicate per la ricostruzione del ponte sul Polcevera sono state eccezionali ed emergenziali.
Frattanto, anche noi continuiamo ad accumulare riflessioni sugli scenari della città del post: parliamo di condizione di prossimità, con nuclei policentrici dai servizi “a portata di mano” nell’arco di 15 minuti a piedi; di possibili tendenze del mercato in relazione alla sociologia dell’abitare; di quadri esigenziali cui dovrà saper rispondere il progetto della residenza.
Prosegue poi il nostro viaggio internazionale attraverso la rifunzionalizzazione dei luoghi storici della quarantena; tuttavia, a differenza delle puntate precedenti, per l’ex lazzaretto di Malta, la cosiddetta valorizzazione, se ci sarà, sarà “esclusiva”, ovvero al soldo del lusso.
Infine, dopo strenua resistenza, anche la Biennale di Venezia ha dovuto arrendersi al Covid-19, posticipando l’edizione 2020 al 2021. Per l’economia culturale della città lagunare è, comprensibilmente, uno shock, mentre noi… sapremo elaborare il lutto. In realtà, come affermato da alcune delle voci autorevoli che abbiamo interpellato, l’interludio può essere occasione per ripensare il format. Che cosa resta di una mostra e di un evento, se lo spazio che li contiene si fa virtuale? E se, per dannato caso, le necessità di protezione dovessero risultare un po’ più che transitorie, che ne sarà degli appuntamenti espositivi? L’etimo stesso del termine “esporre” implica un “mettere fuori”, accettando la sfida e il rischio della critica. Chissà che, un domani, non si debba accettare anche quello del contagio…

Buona lettura
Luca Gibello, direttore

redazione@ilgiornaledellarchitettura.com

In copertina: Il lockdown a Palermo (Courtesy © Francesco Faraci)