Cari lettori,

il ritorno a una certa (apparente?) normalità non ci esenta (anzi, ci dovrebbe stimolare) dalla perlustrazione di pratiche virtuose nella gestione ambientale. Così, seppur senza voler per forza individuare nessi diretti con la pandemia, torniamo a occuparci di programmi, piani e progetti di trasformazione urbana in relazione al cambiamento climatico e, in particolare, alla resilienza delle città di fronte alle sempre più improvvise e inattese inondazioni dovute a fenomeni temporaleschi estremi.
Battere strade alternative (di “decrescita”, nell’accezione più allargata del termine?) può anche voler dire aprire un ragionamento, non regressivo nè demagogico, su forme di tecnologia dei materiali basate su inedite alleanze con i cicli naturali; come nel caso delle realizzazioni con l’uso della canapa.
Ancor più inattuale potrebbe sembrare il continuare a occuparsi ora di carceri. Invece, proseguiamo ostinatamente la nostra inchiesta, convinti, per dirla con Voltaire, che “Il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri”. Nei contributi di questa settimana, in particolare, ci concentriamo sul tema dei servizi, partendo dall’assunto che non si può considerare la struttura penitenziaria solo in base alla sua capienza (peraltro mai rispettata): come se riducessimo un ospedale al numero di degenti che è in grado di ricoverare e non alla qualità e al tipo di cure che è in grado di somministrare.
Infine, torniamo ancora una volta in Cina, per vedere come la rigida organizzazione urbana delle gated communities (che non sono esattamente uguali a quelle dell’upper class statunitense, con tanto di parchi e altre amenità all’interno) ha molto limitato la diffusione del contagio, grazie al drastico controllo degli accessi, quasi fossero la plastica rappresentazione delle draconiane disposizioni governative.

Buona lettura!

Luca Gibello, direttore

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