Cari lettori,

nella settimana in cui si discute, in chiave di rilancio dell’economia delle filiere, di semplificazioni, di deregulation sugli appalti, di abolizioni di appalti sotto soglia, di liste di grandi opere da completare nell’Italia delle grandi incompiute (intanto, abbiamo assistito a una
prova generale di funzionamento del Mose a Venezia
, scoprendo però che ci vorrà ancora un anno per la sua reale entrata in funzione, ammesso poi che sia all’altezza… delle maree), ci occupiamo di aspetti molto più minuti, ma più immediatamente e “semplicemente” operabili, come le azioni e le sensibilizzazioni intorno al tema della riforestazione urbana.
Andiamo poi in Germania, per tastare il polso ad una delle più emblematiche One Company Town, Wolfsburg, alla disperata ricerca di un centro (o di un senso) che non sia solo identificato nel Moloch della gigantesca fabbrica automobilistica. Sempre in terra tedesca, apprezziamo due misurati interventi dello studio di David Chipperfield, nel sapersi arrestare di fronte alle testimonianze della storia, o nel dialogare con il linguaggio “crudo” dell’edilizia ex industriale, rinunciando all’inflazione dei segni.
Infine, per garantire un equilibrio tra conservazione e fruizione dell’iconica casa Mel’nikov a Mosca, gli scenari ci conducono sugli sdrucciolevoli terreni, per citare Walter Benjamin, della riproducibilità tecnica dell’opera: meglio una copia fisica in uno spaesato altrove (dato che, anche la giungla urbana cresciutale intorno è diventata, giocoforza, elemento di contesto), oppure una visita confinata nella realtà virtuale (magari “aumentata”), o l’allestimento di un centro d’interpretazione in prossimità del manufatto?

P.S. Tralasciando le questioni geopolitiche sottese, apprendiamo con rammarico della “radicalizzazione” di Santa Sofia a Istanbul da spazio museale laico a moschea: un passo indietro nel dialogo tra civiltà e culture; una riprova della valenza simbolica dell’architettura come ambito di mediazione – o d’innesco – di conflitti.

Buona lettura!