Cari lettori,

nel dipinto “La città che sale” (1910), celebre opera di Umberto Boccioni, il turbinio di colori e le scie cromatiche descrivono la costruzione di una centrale elettrica nella periferia di Milano. L’edificio, ancora in cantiere, è circondato dalle impalcature e svetta sul resto. I tram che passano velocemente, le case in costruzione e, sullo sfondo, le ciminiere delle fabbriche. In primo piano nulla è fermo. Viene descritto così il progresso industriale, tanto amato dai pittori futuristi.

In un certo senso, nulla è cambiato da allora. Milano non si ferma, si rinnova costantemente a grande velocità e continua ad essere, ancora di più in questi anni, “la città che sale” modificando il suo skyline con “moderne torri”.

“Milano che cambia” è uno degli slogan più ricorrenti nei dibattiti sulla città, ed è innegabile la trasformazione rapida che ha attraversato la città da Expo ad oggi. Non sono passati neppure tre anni dal “Ritratto” che questo Giornale le ha dedicato, ma la “città meneghina” ha bisogno di essere nuovamente raccontata e ripercorsa.

Milano, città a vocazione industriale, è diventata in pochi decenni un’ambita destinazione internazionale. Un nuovo “rinascimento milanese” attraversa diversi settori, dalla finanza al commercio, alla cultura, sostenuto da un calendario di eventi culturali (le numerose “Weeks”) che danno forma ad una combinazione narrativa fatta di arte, design, innovazione e ricerca.

Nuovi luoghi dell’abitare, del lavoro, spazi pubblici, per la cultura e forme della mobilità disegnano inediti scenari urbani, mettendo in evidenza anche le fragilità del rapporto tra centro e periferie. Sostenibilità, verde, qualità sono le parole chiave di questa “Milano che cambia”. Tuttavia, come scriveva Italo Calvino, “D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda”. Quindi, qual è l’identità di Milano oggi?

Abbiamo chiesto ad alcuni milanesi doc di aiutarci a dare forma a questo nuovo “Ritratto” in quattro puntate, che si confronta inevitabilmente anche con la pandemia. Mezzi di trasporto non inquinanti, nuovi percorsi pedonali/ciclabili e più servizi di quartiere, sono state tra le priorità nella fase di emergenza Covid-19. Il grande successo dei dehors racconta di un inconsueto modo di vivere la città all’aperto. Via le auto e largo a tavolini, sedie e ombrelloni che hanno ripopolato così molte vie in ogni angolo della città, instillando vita nei quartieri, che in questi mesi si sono riappropriati del loro ruolo.

Come sostiene Michel de Certeau ne L’invenzione del quotidiano, “La città nel suo complesso appare disegnata dalle istituzioni e dal grande capitale secondo un modello strategico, ma la nostra pratica quotidiana, come percorriamo individualmente gli spazi, può far scoprire elementi di libertà capaci di generare occasioni creative”. Soprattutto in questo momento di emergenza che inevitabilmente segnerà anche i futuri destini urbani, sotto tutti gli aspetti.

Buona lettura!

Arianna Panarella, curatrice dell‘inchiesta con Michele Roda

redazione@ilgiornaledellarchitettura.com

Foto di copertina: © Arianna Panarella