Care lettrici e cari lettori,

questa settimana Vi portiamo a Venezia, raccontando la mostra principale, il Padiglione italiano e il meglio e il peggio (per temi e per allestimenti) di tutte le partecipazioni nazionali, distribuite tra Arsenale e Giardini. Rimandiamo eventuali approfondimenti su quanto avviene nel resto della città, tra ulteriori partecipazioni nazionali, eventi collaterali e altre iniziative parallele, per un appuntamento che s’ingigantisce sempre più, a conferma che, per fortuna, anche nel post pandemico, il mondo digitale, seppur straripante, da solo non basta (anche se poi, ovunque, è tutto un fiorire di QR code).

E così la Biennale è ormai un monstre, che a visitare tutto con un minimo di calma una settimana non basta. Di qui il proliferare, talvolta davvero stucchevole, soprattutto nella mostra principale, di allestimenti, spesso più legati al mondo dell’arte che a quello dell’architettura, nel tentativo di attirare un pubblico più ampio, ma sempre più distratto. Perché una Biennale deve rimanere impressa nella mente; altrimenti, chi ce lo fa fare di sottoporci a un tale tour de force?

Qualcuno vi affianca anche una profonda restituzione analitica. È il caso dell’Italia, con un padiglione densissimo al limite (e oltre) le possibilità di comprensione, che ingenera non poca confusione, nonostante si percepisca che è sostenuto da un’autentica ricerca. Ma il problema è che ci troviamo anche a dover “riempire” uno spazio assai sovradimensionato, qual è il padiglione alle Tese delle vergini.

Di seguito, qualche considerazione generale. È la prima Biennale senza Vittorio Gregotti (che questa cosa l’ha sostanzialmente creata), guidata da un curatore, Hashim Sarkis, che ha puntato sul senso di un lavoro collettivo, appoggiandosi molto alla ricerca universitaria, da cui egli stesso proviene. Una Biennale con un’altissima percentuale di architetti che espone in laguna per la prima volta (96%), e che ha lasciato quasi totalmente a casa lo star system, mentre le donne sono assai ben rappresentate nella mostra principale e quasi assenti altrove. I confini sono grandi protagonisti; la pandemia ne ha rafforzati molti, erigendone di nuovi: lungo di essi si giocano, inevitabilmente, le sfide più grandi del nostro vivere insieme. E se l’environmentally correct è sempre più la forma architettonica del politicamente corretto, di legno ne abbiamo visto comunque decisamente troppo, in tutte le forme. Che sia un possibile ed efficiente materiale da costruzione d’accordo, che sia la risposta ai mali dell’umanità, ci resta qualche dubbio.

Infine, a margine, le nostre rubriche: Quo vadis architetto ci invita a viaggiare nel mondo attraverso i film con protagonisti architetti, stabilendo connessioni tra i loro titoli e quelli delle partecipazioni nazionali, mentre L’archintruso ci offre una visita surreale di alcuni padiglioni.

Buona lettura!

La nostra redazione a Venezia: Luca Gibello, Luigi Bartolomei, Cristiana Chiorino, Alessandro Colombo, Laura Milan, Arianna Panarella, Emanuele Piccardo, Michele Roda, Veronica Rodenigo

 

Luca Gibello, direttore

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